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Smetto quando voglio: Sydney Sibilla racconta i ricercatori italiani


Capita spesso, quando ci si reca al cinema a vedere una commedia made in Italy, di essere delusi dalle aspettative, o peggio ancora di non averne troppe visto il tenore delle pellicole che si sono susseguite in questi anni, con più alti che bassi e pochi titoli che hanno davvero brillato.

Per fortuna ogni tanto qualcuno riesce a sorprendere ed è questo il caso di Sydney Sibilla e della sua pellicola d’esordio “Smetto quando voglio”. Con i suoi cosceneggiatori Valerio Attanasio e Andrea Garello, Sibilia ha portato sul grande schermo una commedia piacevole e scorrevole raccontando uno spaccato dell’Italia, quella della precarietà dei ricercatori universitari.

Edoardo Leo è Pietro Zinni, ricercatore in neurobiologia con alle spalle due master e una ricerca cosi innovativa da non essere compresa neppure dai suoi stessi insegnanti. A 37 anni Pietro ha una casa da pagare, una fidanzata da mantenere, vorrebbe iniziare a porre le basi per un futuro stabile e per costruirsi una famiglia ma tutti i suoi desideri vengono meno nel momento in cui l’università gli nega il rinnovo del contratto da ricercatore, lasciandolo disoccupato.

Ma lui, Pietro, proprio non ci sta a vedere il suo talento sprecato, ne quello dei suoi amici. Cosi chiama a raccolta le più brillanti menti che l’università ha deciso di far fuori proprio come lui ed insieme al suo amico chimico Alberto (Stefano Fresi), sintetizza una nuova molecola perfettamente legale ma che nel giro di pochissimo diventa la droga più popolare nelle discoteche della Roma bene.

Il piano è perfetto: Pietro e Alberto si occupano della produzione delle pasticche, Bartolomeo (Libero de Rienzo) è il genio matematico che costruisce un piano finanziario ad hoc, Mattia e Giorgio (Valerio Aprea e Lorenzo Lavia), si occupano delle vendite in discoteca ma non prima di aver studiato il comportamento dei giovani d’oggi grazie all’antropologo Andrea, interpretato da Pietro Sermonti. Manca il mezzo di trasporto con cui spostarsi e trasportare la merce ma niente paura, ci pensa Paolo Calabresi nel ruolo di Arturo, ricercatore in archeologia, precario da 16 anni, che ha un bel furgone messogli a disposizione dall’Università: del resto, chi fermerebbe il mezzo di un dipartimento di archeologia de La Sapienza? Et voilà, la banda dei ricercatori è formata.

Tra discoteche e feste di lusso, Pietro vede i miseri 500euro mensili che gli dava l’Università raddoppiarsi, triplicarsi, addirittura divenire 50.000 in poco tempo, e inizia a cambiare.

I soldi possono far andare le persone fuori di testa e spingerla un po’ troppo oltre, fino a mettersi nei guai.

Il finale, lascia davvero di stucco, ma è forse il paradosso più significativo del film.

Senza voler polemizzare troppo sul fatto che L’italia è un paese in cui con la cultura e la ricerca non si va avanti, Sibilia racconta delle problematiche complesse riuscendo a sdrammatizzarle e a far ridere lo spettatore, impresa non facile considerando che i problemi raccontati sono reali dopotutto.

La regia risulta fresca spensierata, forse la fotografia utilizza luci un po’ troppo “effetto psichedelico” ma ci si fa presto l’abitudine, ottima la scelta dei personaggi. Tutti caratterizzati benissimo, anche i ruoli più marginali come quello di Valeria Solino nei panni di una fidanzata decisamente troppo rigida e piatta. Memorabile il cammeo di Neri Marcorè nei panni del boss della zona, “Er Murena”, il più grande fornitore di droga di Roma ma soprattutto, ingegnere navale.

Alla fine si esce dalla sala con una leggerezza nell’anima e un sorriso, dovuto al fatto che Sibilia ci dimostra che anche in Italia si possono fare belle commedie, con un film che strizza l’occhio al neo Presidente del Consiglio e alle sue nuove politiche in materia di Università.

Antonio Navarra


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