mystolenrevolution Cinema

My Stolen Revolution: il passato che non passa


Il Festival dei Popoli di Firenze presenta nella sezione Lontano da Utopia, My Stolen Revolution di Nahid Persson Sarvestani.

Questa sezione non competitiva, mostra storie di comunità e popoli di vari paesi in cui l’aspirazione a conseguire migliori condizioni ha preso la forma dell’azione collettiva a difesa della propria sopravvivenza e identità, contro la repressione e gli abusi di chi sta al potere.
Le recenti proteste in Iran risvegliano i ricordi della regista, di quando da giovane attivista fuggì dal paese dopo la rivoluzione del 1979, delusa dalla deriva autoritaria che aveva fatto svanire i sogni di democrazia, all’indomani della caduta dello scià.
Il film è incentrato sulla ricerca delle sue compagne di lotta e del fratello Rostam, che fu poi giustiziato dal regime.
Quando le ritrova, scopre la verità sulle terribili torture che hanno subito e sugli ultimi giorni di vita di Rostam.

Il dettagliato racconto delle protagoniste ci materializza davanti agli occhi la violenza disumana dei loro aguzzini fino a farci sentire il dolore di una tragedia immensa.

L’indignazione cresce quando una di loro spiega la tortura della “bara”.

Le recluse che non davano cenni di conversione al regime, venivano bendate e messe in delle bare, in stanze, doveeramandata a ripetizione la lettura del Corano.

L’intento era quello di fargli credere di essere già morte e portarle alla pazzia.

Alcune, modellate mentalmente dai metodi disumani, passavano dalla parte avversaria e diventavano, verso le ex compagne, ancora più crudeli dei militari.

Il documentario scandisce le storie delle donne conimmagini di repertorio e le loro fotografie da giovani, poco prima della prigionia.

Un’inquadratura iconicaritorna per tutto il film: una donna bendata, vestita con il chador, che si staglia su uno sfondo bianco.

Il contrasto con il vestiario che attualmente usano ora, da donne libere è netto.

La libertà tanto faticosamente ritrovata èanche un fatto di costume.

Un’opera forte e coraggiosa come le donne che ci vengono mostrate.

 

Vittorio Zenardi


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