Manto-Acuífero Cinema

“Manto Acuifero”: la crisi della famiglia vista con gli occhi di un bambino


Il primo film in Concorso all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è Manto Acuífero di Michael Rowe, autore di Año bisiesto, vincitore della Camera D’Or a Cannes nel 2010.
Quest’opera è il secondo tassello della “Trilogia della Solitudine” (cominciata proprio con Año bisiesto) e racconta le difficoltà di Caro (una bravissima Zaili Sofía), una bambina di otto anni alle prese con il divorzio dei genitori.
Il regista messicano in conferenza stampa ha spiegato com’è nata l’idea del film: “Ho letto a Berlino, mentre ero in aeroporto, un racconto di uno scrittore australiano di nome Tim Wilton. Sono rimasto molto colpito al punto che ho pianto per quarantacinque minuti. Ho tratto da lì la mia ispirazione per la sceneggiatura”.
La storia è narrata dal punto di vista della piccola protagonista e la macchina da presa è sempre ad altezza del suo sguardo.
Rowe, a poco a poco, ci fa entrare nel mondo di Caro, mostrandoci con i suoi occhi pieni di stupore la natura in cui è immersa la casa in cui la madre (Tania Arredondo), si è trasferita con il nuovo compagno (Macías Galván).
L’allontanamento dal padre ha provocato in lei una lacerazione profonda, sente la sua mancanza.
Cerca di compensare questo vuoto, innalzando nel fondo di un pozzo che si trova nel giardino della casa, un altare con le foto dei suoi genitori. Il pozzo diventa così il suo rifugio e gli animali che popolano la casa sembrano essere gli unici che riescono ad alleviare il suo dolore e attenuare la sua nostalgia.
Il patrigno cerca di avvicinarsi a lei ma senza tanta convinzione e la madre anche se affettuosa nei suoi confronti, sembra non dare troppa importanza al suo disagio.
Con uno stile asciutto, al limite del documentarismo, Rowe ci mostra i moti interiori della protagonista. Per enfatizzarne la solitudine non fa ricorso alla colonna sonora, assente per tutto il film, bensì a calibrati movimenti di macchina.
Il regista si scaglia contro quella che definisce la “Cultura del divorzio facile”, che non tiene conto degli effettivi sentimenti dei bambini.
Per rendere bene il realismo emotivo dei protagonisti e soprattutto il distacco fra Caro e il patrigno, il regista ha fatto incontrare gli attori solo sul set, senza fargli conoscere e interagire prima.
Quest’ attenzione fa sì che una certa tensione fra i due, aleggi e permei tutto il film.
Un’opera delicata e intensa che parla di una tema come il divorzio per una volta visto dalla parte dei più indifesi.
Rowe dimostra di padroneggiare un suo stile con sempre maggior maestria e consapevolezza.

Vittorio Zenardi

 


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